THE SAND OF JA
Ja is 29 years old and lives in a small fishing village in front of the Atlantic Ocean, Ribeira da Barca, on the island of Santiago, Cape Verde.
The life of the country goes with the rhythm of the ocean, and the community formed by a few thousand people, has always enjoyed an abundance of fish resources.
Ja is not a ‘peixera’, the matron who collects and manages the fish, Ja does not sell fish, and sometimes doesn’t even eat it.
Ja, like hundreds of other women and men of Ribeira da Barca, cannot rely upon fish for their income and so have changed job; now they illegally sell the sand from the beaches.
This activity was declared illegal by a Decree Law of the Cape Verdean government in 1997, and reconfirmed in 2002.
Almost daily, depending on the weather and time of year, a column of young men and women armed with shovels and buckets, walks in the direction of Charco, at the South of the village. One this was an immense black beach of volcanic sand.
Now there are just only pebbles and stones cover Charco, the sand is gone.
To be able to collect it, the people have to go deep into the sea water, and swim in an often violent
Ocean.
Men, about ten meters from the shore, collect the sand sand from the bottom of the sea with their shovels and fill the buckets, which women then carry on their heads.
Two loaded shovel and the bucket is full of black wet sand. To exit from the sea, people walk barefoot on the pebbles, and they have to be careful to follow the right current and wave, otherwise they risk falling and losing 20 pounds of sand and to obtain distorsions and strains to the neck, the shoulders, the back and the legs.
The reasons for this activity are many.
Many of these people have worked all their lives in the traditional and profitable fisheries, many were fishermen, some women were ‘peixere’.
In the past few years the quantity of fish has drastically reduced, the days of good fishing are becoming rarer. If a few years ago it was common to see fishermen returning daily with abundant catches, now this happens only once a week.
The inhabitants of Ribeira da Barca do not even have enough fish to feed themselves, and are unable to sell any at the market.
The community found a way to survive, at the cost of the destruction of the environment and ecosystem.
Another connection with the illegal activities of collection and sale of the sand is the huge demand of the same feedstock: Santiago is the largest island in the archipelago of Cape Verde, is home to half of the population. The construction industry is booming due to population growth.
The building expansion is also promoted by Cape Verdeans who have migrated abroad and increasingly want to build a second home, to enjoy the holidays in the future old age.
The sand of Charco is collected and sold mostly to the nearby town Assomada to build houses. Most of the revenue from this activity goes into the pockets of truckers who resell it three times the price.
What Ribeira da Barca is just one example of a problem of national scope. Even the beaches of Ribeira das Prata, Sao Domingo, Nossa do Luxo and Santa Cruz have been targeted as an economic resource by a population exhausted by the continuous deterioration of living conditions.
The reasons for the overall decrease in fish are varied, but the connection with the exploitation by the European and Asian markets of marine resources is evident.
The 'Common Fisheries Policy' of the EU is the set of laws regulating fishing methods and management of oceanic resources in international waters. It was created 10 years ago with the intention of preserving and conserving fishery resources.
In reality, however, it is widely abused, noth in regards to the legal fish (tuna, swordfish) and a large illegal and unregistered catch of fish (various species of sharks and turtles). Because of all this marine resources are dramatically decreasing.
The main target of unregulated international fishing are the major predators of the sea. After they have been drastically reduced, the food chain is altered, the smaller fish are no longer obliged to live near the coast and so move off, out of reach of the wooden vessels of traditional fishermen.
The collection and destruction of the sand of the beaches and many have drastic consequences, both geological and environmental, that have an impact on the tourism and agriculture.
The citizens of Ribeira da Barca, could live of a sustainable tourism, if the environmental beauty were preserved.
The seawater having no more physical barriers to keep it out, contaminates groundwater with salt and damages nearby agriculture.
Ja ha 29 anni e vive in un piccolo villaggio di pescatori di fronte all’Oceano Atlantico, Ribeira da Barca, nell’isola di Santiago, a Capo Verde.
La vita del paese è scandita al ritmo dell’oceano, e da sempre la comunità, formata da poche migliaia di persone, ha vissuto di abbondanti risorse ittiche.
Ja però non è una 'peixera', la matrona che raccoglie e gestisce il pesce pescato, Ja non vende pesce, e a volte non lo mangia nemmeno.
Ja, come altre centinaia di donne e uomini di Ribeira da Barca, non dispone più delle quantità della loro risorsa principale, e la comunità intera ha cambiato lavoro ed ha cominciato e vendere clandestinamente la sabbia delle loro stesse spiagge. Questa attività è stata dichiarata illegale tramite un Decreto Legge del governo capoverdiano nel 1997, poi riconfermato nel 2002.
Quasi quotidianamente, a seconda delle condizioni atmosferiche e del periodo dell’anno, una colonna di giovani e donne armati di pale e secchi, si incammina in direzione di Charco, a Sud del paese, in quella che una volta era un’immensa spiaggia di sabbia nera vulcanica.
Ora solo ciottoli e pietre ricoprono Charco, la sabbia non c’è più.
Per poterla raccogliere le persone si devono spingere fin dentro l’acqua del mare, e nuotare in un Oceano spesso violento.
Gli uomini stanno a una decina di metri da riva, raccolgono la sabbia con la pala dal fondo del mare e riempiono i secchi che le donne riportano sulla testa.
Due pale cariche e il secchio è pieno, di sabbia nera bagnata. Per uscire dal mare, a piedi scalzi, sui ciottoli, bisogna stare attenti a seguire la corrente e l’onda giusta, altrimenti si rischia di cadere, perdere 20 chili di sabbia e, peggio, di procurarsi distorsioni e strappi muscolari al collo, alle spalle, alla schiena, alle gambe.
I motivi di questa attività sono molteplici.
Molte di queste persone hanno lavorato per tutta la vita nella tradizionale e redditizia pesca, molti erano pescatori, alcune donne erano ‘peixere’. Da alcuni anni a questa parte, la quantità di pesce è drasticamente ridotta, le giornate di buona pesca si sono diradate, e se qualche anno fa era normale vedere tornare i pescatori quotidianamente con catture abbondanti, oggi questo succede solo settimanalmente.
Gli abitanti di Ribeira da Barca non hanno più pesce nemmeno per il loro sostentamento e quasi non viene commercializzato più. La comunità si è inventata un modo per sopravvivere, a costo della distruzione dell’ambiente e dell’ecosistema.
Altra connessione con l’attività illecita di raccolta e vendita di sabbia è la grossa richiesta della stessa come materia prima: Santiago è l’isola più grande di tutto l’arcipelago di Capo Verde, possiede metà dell’intera popolazione. L’industria edilizia è in costante sviluppo a causa della crescita demografica.
L’espansione edilizia viene anche incentivata da parte dei capoverdiani migrati all’estero, che sempre più desiderano costruirsi una seconda casa, da godersi nelle vacanze e nella futura vecchiaia.
La sabbia di Charco viene raccolta e venduta principalmente alla vicina cittadina Assomada per costruire case. La maggior parte degli introiti di questa attività entra nelle tasche dei camionisti che vendono la sabbia, i quali comprano 15 tonnellate per 14.000 ECV (126 euro) e la rivendono al triplo.
Quello di Ribeira da Barca è solo un esempio di un problema di entità nazionale. Anche Le spiagge di Ribeira das Prata, Sao Domingo, Nossa Signora do Luxo e Santa Cruz sono state prese di mira come risorsa economica da una popolazione affaticata dalle condizioni di vita in continuo peggioramento.
Le ragioni della diminuzione generale del pesce hanno varie risposte, ma la connessione con lo sfruttamento da parte del mercato europeo e asiatico delle risorse ittiche è evidente.
La ‘Politica comune della pesca’ Europea, cioè il set di leggi che regola le modalità di pesca e la gestione delle risorse degli oceani nelle acque internazionali è nata 10 anni fa con l’intenzione di preservare e conservare le risorse ittiche. La realtà, invece, mostra un largo abuso per quanto riguarda il pescato legale (tonno, pesce spada..) e una consistente cattura di pescato illegale e non registrato (varie specie di squali e tartaruga); a causa di tutto ciò le risorse marine stanno drasticamente diminuendo.
Il principale target della pesca internazionale non regolamentata sono i grandi predatori del mare: una volta che questi diminuiscono drasticamente, la catena alimentare viene alterata; i pesci più piccoli non sono più obbligati a vivere vicino la costa e si spostano al largo, dove non arrivano le imbarcazioni di legno dei pescatori artigianali.
La raccolta della sabbia e la distruzione delle spiagge hanno molteplici e drastiche conseguenze, sia geologiche che ambientali, che hanno ripercussioni sull’industria turistica e sull’agricoltura.
I cittadini di Ribeira da Barca, potrebbero vivere di un turismo ecosostenibile, se le bellezze ambientali fossero preservate.
L’acqua marina non avendo più barriere fisiche invade le falde acquifere contaminandole col sale e l’agricoltura limitrofa viene danneggiata.